La follia ora ha un museo

08/12/2017 · Articoli di divulgazione

La follia ora ha un museo

La follia ora ha un museo

Tania Farris

C’è una mostra itinerante in giro per l’Italia che ha la giusta ambizione di diventare permanente. È interamente dedicata al tema della follia, fino a novembre sarà ancora ospitata al Musa di Salò, poi si trasferirà presumibilmente a Napoli. Si tratta di una sequenza straordinaria di opere che celebrano questo aspetto misterioso e al tempo stesso intrinseco all’animo umano. “Anche la follia merita i suoi applausi” diceva Alda Merini, mentre Franco Basaglia nei suoi scritti ricorda che “in noi la follia esiste ed è presente come la ragione”. Celebrarla non significa di certo avallarne il diritto a imperare nelle nostre vite né tanto meno nella società tutta, quanto piuttosto ricordarci la sua esistenza. Metterla in mostra senza averne paura è forse uno dei modi più intelligenti per esorcizzarne il fantasma, darle udienza senza darle retta.

Il percorso al Museo è costellato da una serie di artisti, ciascuno un po’ folle a modo suo; qualcuno realmente affetto da patologie mentali e qualcun altro che invece ha vissuto una vita intera al confine estremo fra normalità e pazzia.

Era clamorosamente matto Ligabue che si sentiva la testa popolata da insetti, fino ad arrivare a colpirsi con un sasso per placarli. I suoi quadri sono pieni di animali, spesso feroci, la maggior parte dei quali non vide probabilmente mai, ma che rappresentavano bene stati di violenza e aggressività.

Una follia vitale, creativa, capace di intercettare parti di ciascuno di noi.

Così come quella rappresentata dalla Strega di Cammarano, un vero e proprio archetipo della malattia mentale; esprime i lati più oscuri dell’animo umano, l’ombra con cui ciascuno di noi deve inevitabilmente fare i conti. Ma è al tempo stesso la ribelle contro l’ordine costituito, colei che può permettersi di incarnare i sentimenti maligni che gli altri non possono sfogare.

C’è poi la follia del potere; come quella del papa dipinto da Bacon nel suo Studio di ritratto di Innocenzo X dove, riprendendo quello famosissimo di Velàzquez, lo imprigiona legandolo al suo trono. Dell’altera autorità originaria non rimane nulla, la bramosia del comando lo ha soggiogato e reso schiavo della sua stessa ossessione.

C’è la follia che non comunica; le donne della Sala delle agitate di Signorini sono figure drammaticamente sole, se pure vicine non sono insieme. Ognuna intenta a seguire i suoi fantasmi, spiegano in un’immagine sola e più di mille parole il dramma della patologia mentale, che nelle forme più severe diventa una solitudine esistenziale inavvicinabile.

E poi c’è la regina delle follie, quella delle istituzioni di cura; i ricordi dei poveri cristi che hanno abitato i manicomi in condizioni indegne di una civiltà umana, quelli recentissimi degli OPG, frammenti di lettere poetiche e deliranti, oggetti, pezzi di vita abbandonata. Inutile dire quanto colpiscano queste visioni , messe in mostra sarebbero potute apparire soltanto cimeli di un passato scomodo e da dimenticare, se non fosse per le originalissime installazioni di Inzerillo che le affiancano e appaiono come un monito, uno spunto per riflettere e non abbassare la guardia. Un ammonimento che a me viene spontaneo tradurre con le parole dello psichiatra Gilberto Di Petta:“ La follia sopravvive a tutte le istituzioni. Anche a quelle che la destituiscono per ritrovarsela sempreverde e innominabile davanti agli occhi”.

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La follia ora ha un museo - Tania Farris